venerdì 15 giugno 2012

La kryptonite nella borsa (2011) - di Ivan Cotroneo


L'abbiamo visto in casa qualche sera fa questo film. Non ci ha convinto molto.
E' la storia di una famiglia napoletana negli anni settanta, con Peppino, un ragazzino di dieci anni con degli occhiali da miopia giganti, a fare da filo conduttore per tutte le vicissitudini, abbastanza scontate, che attraversano i vari membri della combriccola. Ci sono la madre tradita, il marito buono ma infedele, l'amica alla ricerca dell'uomo giusto ed i ventenni in vena di trasgressioni ed esperienze che poi però alla fine si rifugiano nel luogo più sicuro del mondo: la scappatela con successivo matrimonio. E poi c'è questo strano personaggio che è il cugino pazzoide di Peppino, convinto di essere Superman: appare e scompare come un eroe immaginario dalla fantasia del piccolo protagonista, diventandone il migliore amico.
Ci sono degli spunti interessanti, soprattutto nella fotografia coloratissima di una Napoli piena e vivida, ma la rappresentazione degli equilibri familiari, le caratterizzazioni dei personaggi, non aggiungono niente di nuovo in questa opera d'esordio di Ivan Cotroneo, apprezzato sceneggiatore di una nuova commedia italiana che negli ultimi anni ha riscosso un certo successo ma che al sottoscritto, specie pensando ad Ozpetek, non piace per niente. 
Dopo essere stato insultato pesantemente dal mio collega di visione, rifletto sul film e mi rendo conto che non aggiunge niente. Certo è ben confezionato, un lavoro preciso dove ogni cosa sta al suo posto. Ma non ci sono scatti, tutto inizia e finisce e quasi non ce ne accorgiamo.
Forse sarebbe stato un buon cortometraggio, chi lo sa? Di sicuro 98 minuti mi sembrano un po' troppi.

La kryptonite nella borsa
di Ivan Cotroneo. Con Valeria Golino, Luca Zingaretti, Libero De Rienzo, Cristiana Capotondi, Luigi Catani, Vincenzo Nemolato, Monica Nappo, Massimiliano Gallo, Lucia Ragni, Gennaro Cuomo, Fabrizio Gifuni
Durata - 98 minuti
Italia - 2011


mercoledì 11 aprile 2012

Ghost Dog (1999) - di Jim Jarmush

E'un bel cinema quello di Jim Jarmush, un cinema che non stanca perchè racconta storie semplici, e mai banali, con eleganza, con stile, con un tocco di cinematografia che è disivolto e alto, asciutto e colto.
Ghost Dog è un killer solitario, un tipo di strada che si ispira all'Hagakure, la filosofia dei samurai, che vive su una terrazza in compagnia dei suoi piccioni, convinto che il rispetto per il suo signore, l'uomo che gli ha salvato la vita tanti anni prima, sia più importante della vita stessa.
Jarmush mette in scena una storia fuori dal tempo, ispirata al Le Samourai di Melville (di cui si riconoscono numerosi riferimenti) centrata sul personaggio di uno straordinario Forrest Whitaker, capace di caratterizzare il suo ruolo con accenti che mischiano surrealtà e durezza. Su un sottofondo di rap ed acid jazz Ghost Dog si muove al ritmo della periferia, apre le auto con uno strano marchingegno elettronico, ha un migliore amico che parla solo francese, ma con il quale riesce sempre ad intendersi perfettamente. Sono bellissime le immagini di Whitaker che guida al ritmo rap dei Wu Tang Clan: sullo schermo si crea una sorta di atmosfera perfetta, nonostante le continue contraddizioni visive.
E'quasi un'antieroe il protagonista di Jarmush, una figura incomprensibile nell'insistenza con la quale persegue i suoi principi, soprattutto se messa a confronto con la realtà infima di una malavita dai toni caricaturali, ma che non diventa mai macchietta, una parodia cinica e divertita di gangster ormai definitivamente passati di moda, ridicoli e mediocri.
Un film che unisce l'action movie e la commedia, con lo stile inconfondibile di Jarmush.

Ghost Dog 
di Jim Jarmush. Con Forest Whitaker, John Tormey, Isaach De Bankolé, Henry Silva, Cliff Gorman, Tricia Vessey, Victor Argo
Durata 116 minuti
USA / Francia / Gran Bretagna - 1999



giovedì 8 dicembre 2011

This Must Be the Place (2011) - di Paolo Sorrentino

Critiche incerte, divise, non pienamente convinte, per il primo film americano di Paolo Sorrentino, probabilmente il regista più talentuoso del nostro cinema, che con This must be the place trasferisce il suo modo unico di creare immagini in una storia che, come altre volte è accaduto nel corso della sua carriera, non è particolarmente “piena”, non riempie ogni casella nella mente dello spettatore, ma che piuttosto ci regala l'ennesimo personaggio incredibile di una galleria, quella di Sorrentino, evidentemente stravagante. 
Un cantante ormai fuori dal tempo, demodè nell'anima e nel corpo, trascina se stesso ed una valigia alla ricerca di un uomo, colui il quale avrebbe disonorato il padre ebreo in un campo di concentramento.
Eppure è un contorno, tutto questo. Sì, un espediente per un on the road fuori dagli schemi, dove alla magia pura di immagini la cui forza espressiva difficilmente può essere messa in discussione si mischia un andamento, una tensione fatta di lentezza, malinconia e curiosità, che pian piano ci porta dentro il film, ci convince ad andare dietro al suo protagonista, a seguirlo indipendentemente da dove stia andando. 
Quando finalmente quest'intreccio è compiuto, quando quasi ci si dimentica del perchè questo tipo bizzarro con i capelli dritti ed il rossetto stia vagando su strade d'America sempre più infinite, quando si scivola dentro l'intensità creativa fatta di sensazioni dipinte sullo schermo, di passaggi scanditi a piccoli tratti, siamo ormai dentro l'intimità di Cheyenne, ne abbiamo compreso la disperazione, la lucidità, il motivo volontario del suo grottesco, soprattutto abbiamo capito che forse, più di ogni altra cosa, era se stesso che andava cercando...

This Must Be the Place
di Paolo Sorrentino. Con Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Harry Dean Stanton, Joyce Van Patten, Judd Hirsch, Kerry Condon, David Byrne, Olwen Fouere, Shea Whigham
Durata 118 minuti
Italia / Francia / Irlanda - 2011


sabato 2 luglio 2011

Giulietta degli spiriti (1965) - di Federico Fellini

Considerato a lungo, e in parte ancora, uno dei film “sbagliati” di Federico Fellini, accusato di manierismo, di compiacimento, di sovrabbondanza gratuita dalla critica del tempo, Giulietta degli spiriti, rivisto oggi, a quarantasei anni di distanza, appare invece un lavoro unico nel panorama del cinema italiano. Eppure all'uscita, nel 1965, venne distrutto dagli esperti. Per avere un'idea di quanto i critici non lo avessero digerito basta riproporre queste parole di Goffredo Fofi, che su Quaderni Piacentini all'epoca scriveva: “Giulietta degli spiriti, una specie di parodia scialba di Otto e mezzo, un film dominato dalla insopportabile pazienza negativa della Masina, un pasticcio colorato alle salse più scontate, un reader's digest della media-cultura medio-borghese italiana, è di una banalità e mediocrità sconfortanti. In Giulietta tutto è ripetizione e maniera.”
Un giudizio pesantissimo, che verosimilmente avrà pregiudicato la visione del film per chissà quanti lettori della rivista di Fofi. Un giudizio, questo sì, gratuito, oltre che volontariamente provocatorio.
Giulietta (Giulietta Masina), la protagonista del film, si arrovella nel dubbio che il marito Giorgio la tradisca, convinta in verità della sua fedeltà, incatenata al buon senso frutto della sua educazione. Intanto però comincia un viaggio oscuro fatto di visioni ultraterrene, apparizioni, ricordi, condizionamenti, un pianeta di ossessioni da cui non riesce a liberarsi.
Dinanzi ai suoi occhi ecco un mondo nuovo, qualcosa cui non aveva mai voluto far caso, ma di fronte al quale adesso non può più nascondersi.  

Giulietta degli spiriti è il primo film a colori di Federico Fellini. Non è un particolare secondario perchè mai il cinema italiano aveva visto il colore, che eppure già veniva utilizzato da una decina d'anni, così come adesso Fellini lo presentava. Tutto sembra fantasia e meraviglia, si avverte costantemente la presenza di tonalità che si avvertono quasi sconosciute, che diventano protagoniste assolute della pellicola, in una festa di immagini e invenzioni che ne sottolineano la profondità, accompagnate dalla musica ammaliante di Nino Rota, suoni che paiono disegnati sui toni delle scene.
E poi i temi, anche questi inediti nella cinematografia nazionale, della trasgressione dei comandamenti religiosi, della liberazione del corpo sopra qualsiasi altra cosa, del tradimento, della necessità di confrontarsi con i tabù, tutti elementi che vengono portati in scena seguendo una linea di inventiva che spinge l'arte di Federico Fellini ai suoi livelli più alti. Si ha spesso l'impressione che niente possa più contenere lo sguardo del regista, che finalmente viene liberato, grazie al colore, nella possibilità di poter lavorare su scenografie, caratterizzazioni dei personaggi, inquadrature, costumi, coreografie, seguendo il processo creativo nella sua forma più totale, più pura, andando verso un risultato che supera il cinema e si fa arte visiva tout court.

Giulietta degli spiriti
di Federico Fellini. Con Giulietta Masina, Mario Pisu, Valentina Cortese, Sandra Milo, Josè Luis de Villalonga, Milena Vukotic, Caterina Boratto, Sylva Koscina
Durata 129 minuti
Italia - 1965






sabato 30 aprile 2011

Habemus Papam (2011) - di Nanni Moretti

Per entrare subito in argomento: Habemus Papam è un film del quale non si comprende la necessità.
Scialbo, vuoto, verrebbe da dire dimezzato vista la costante sensazione che manchi qualcosa, che tutto resti superficiale, immobile, spento. Non è un film che divide, che piace in parte e poi si perde, no, è proprio un lavoro che non suscita nulla, niente di niente, se non l'evidenza della sua impotenza.
Viene da chiedersi come sia possibile che un autore come Moretti, al suo undicesimo lungometraggio cinematografico, proponga un film così distante da tutti gli elementi che hanno sempre caratterizzato la sua poetica, vale a dire quel sarcasmo, quell'ironia, quel gusto per l'invenzione, quella critica ai costumi ed alla società del nostro tempo, trascinati da accenti surreali.
Habemus Papam è la storia di un vescovo che, designato per il pontificato, si smarrisce, mettendo in dubbio la propria fede, la propria scelta religiosa, tutto il suo universo di certezze. Ebbene quest'idea, che in molti ritenevano potesse essere trasformata in un film straordinario dalla maestria di Nanni Moretti, rimane una vera e propria incompiuta, un'opera che lascia spiazzati per tutto ciò che avrebbe potuto essere, e che invece non è.
Il protagonista (Michel Piccoli) scappa via dalle sue responsabilità, in una Roma anonima, mentre a Città del Vaticano uno psicologo (Nanni Moretti) organizza tornei di pallavolo per far passare il tempo.
Spunti, tracce, segnali, ce ne sono diversi, mancano però l'affondo, la sostanza, la carica espressiva, tutto si risolve in una sorta di divertissement per fanatici morettiani, che infatti ridono quasi a comando, lì dove il regista romano si esibisce in un narcisistico ritorno cinematografico al mito di se stesso, in mezzo a trovate strampalate che a quanti riescono a mantenersi comunque, nonostante l'enorme rispetto per Moretti, equilibrati, mettono più che altro tristezza.
Habemus Papam è certamente il film più mediocre nella carriera di Nanni Moretti, non è facile scriverlo (e per questo i critici famosi, pur senza mostrare entusiasmo, non hanno affondato il colpo, d'altronde stroncare Moretti è impopolare, quasi vietato)ma purtroppo l'impressione è quella di un progetto senz'anima, peraltro pubblicizzato con logiche davvero poco "morettiane" (siti internet a sorpresa, mostre fotografiche, giochi cinematografici con film in regalo, interviste per i programmi più odiosi della supposta controcultura sinistrorsa, ovviamente confinata fra le compagne emittenze di Rai3).
Cosa fare dunque, adesso, per riconciliarsi con Moretti ed il suo cinema?
Guardarsi un vecchio Sogni d'oro, o Aprile, ma senza nostalgie canaglie, e ricordarsi che in fondo un film lo si può pure sbagliare.

p.s. incomprensibili le proteste della Chiesa cattolica, e dei cattolici, contro Habemus Papam, che è davvero un prodotto insignificante sotto qualsiasi punto di vista critico e che anzi, forse, per quel che riguarda il lato emozionale, alla Chiesa rende un gran bel servizio.

Habemus Papam
di Nanni Moretti. Con Michel Piccoli, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Camillo Milli, Roberto Nobile, Ulrich von Dobschütz, Gianluca Gobbi, Nanni Moretti, Margherita Buy
Durata 104 minuti
Italia / Francia  - 2011





domenica 13 marzo 2011

Il Grinta (2010) - di Joel ed Ethan Coen

Dipende tutto dalle aspettative. In fondo funziona sempre così, al cinema come nella vita.
Ed allora, se dai fratelli Coen ci si aspetta un po' di genio, una battuta fulminante, un'atmosfera da commedia alta ed intelligente, un film sopra la media insomma, Il Grinta delude almeno un po'.
Se invece ci si limita a guardare e ci si dimentica che dietro alla macchina da presa ci sono Ethan e Joel, diventa tutto più semplice, in questo caso Il Grinta non è deludente, anzi, è un western moderno, preciso e puntuale, girato con maestria, pulito, attento nel ritmo.
Che Il Grinta piaccia o meno rimane poi l'amore dei Coen per i loro personaggi, come spesso accade resi quasi più importanti della storia stessa. Ad accompagnare la piccola Mattie Ross (davvero bravissima, la vera protagonista del film) alla ricerca dell'uomo che ha ucciso suo padre è lo sceriffo alcolizzato Rooster Cogburn, interpretato da uno strepitoso Jeff Bridges, che fa il buono ed il cattivo, che racconta le sue vecchie storie, che dimostra di essere ancora all'altezza della situazione, la cui figura resta velata durante tutto il film da un malinconico accento di nostalgia. Con Cogburn litiga spesso il ranger texano Laboeuf (nei cui panni troviamo Matt Damon) suo compagno d'avventura, un uomo tutto d'un pezzo, fiero delle sue origini, a volte ruvido e calcolatore, a cui non vanno giù le critiche dello sceriffo, di cui però meriterà il rispetto.
Il Grinta dei fratelli Coen è girato con eleganza e sapienza, rispetta le regole del genere ma non dimentica il presente, ci porta lungo un viaggio nel quale ci si concentra su temi concreti come il distacco, i rapporti fra generazioni, le relazioni fra culture lontane, senza esagerare, costruendo un film dalla struttura agile e avvolgente.
Non sarà molto “coeniano” insomma, ma Il Grinta resta comunque uno dei film più interessanti della stagione.

Il Grinta (True Grit)
di Ethan e Joel Coen. Con Jeff Bridges, Hailee Steinfeld, Matt Damon, Josh Brolin, Barry Pepper, Domhnall Gleeson, Ed Corbin
Durata 110 minuti
USA - 2010

giovedì 17 febbraio 2011

Violent Cop (1989) - di Takeshi Kitano

Utilizzando i generi come modelli da modificare, da sovvertire, da trasformare sino al paradosso, Takeshi Kitano firma il suo esordio dietro la macchina da presa, datato 1989, con un poliziesco atipico, in il cui ruolo principale, interpretato dallo stesso Kitano, è affidato ad un poliziotto violentissimo, fuori dalle regole, pazzoide, una specie di Callaghan giapponese con movenze da eroe western.
Violent Cop è un film anomalo, provocatorio, che viola la regola fondamentale del poliziesco proponendo nei panni del protagonista un personaggio assurdo, le cui azioni paiono incomprensibili ed allucinanti, un uomo di cui non si comprendono i valori né il fine del suo agire.
Inseguimenti, suspense, sparatorie, duelli, ogni tassello è fuori dalla sua collocazione naturale, trasfigurato da una messa in scena che si accende e si spegne in modo intermittente, che utilizza con sapienza persino la lezione dei classici western, che sorprende per la facilità di tirar fuori il meglio da un’idea scarna e ripetitiva, (quella del poliziotto cattivo ma eroico), con un sguardo fissato su un’esistenza disturbante e brutale, dove  la morte e la vita non contano più niente, dove la luce e l’oscuro si confondono senza distinzione.

Violent Cop (Sono otoko, kyobo ni tsuki)
di Takeshi Kitano. Con Takeshi Kitano, Maiko Kuwakami, Makoto Ashikawa, Sei Hiraizumi
Durata 104 minuti
Giappone - 1989



mercoledì 19 gennaio 2011

Frontier blues (2009) - di Babak Jalali

Se il cinema è (anche) cultura, curiosità, voglia di esplorare le differenze, allora Frontier Blues merita qualcosa in più di quanto i critici internazionali non gli abbiano riconosciuto (in Italia non è mai arrivato, né in sala, né nel circuito home video).
Passato nel 2009 dai festival di Gijon, Locarno e Stoccolma, questo film racconta piccole storie di vita nel Nord di un Iran sconosciuto, in un luogo chiamato Gorgan, dove persiani, kazaki e turkmeni convivono, fra e deserti e montagne, sullo sfondo del Mar Caspio.
Un giovane vuole imparare l’inglese e scappare via, a Baku, con la sua amata, un contadino che posa fra spazi infiniti per un fotografo arrivato da Tehran, un ragazzo un po’ matto che porta con sé, ovunque vada, il suo asino ed un registratore portatile che suona una vecchia canzone francese.
Sono queste le immagini, i ritratti, cui ci troviamo di fronte, affreschi affascinanti di esistenze lontane, soprattutto umane. I personaggi cercano amore, amicizia, serenità, e li scopriamo in tutta il loro essere semplici, forse meno distanti, nelle emozioni, di quanto avremmo pensato.
Frontier Blues non è il solito film intellettualoide con ritmo da suicidio e scene incomprensibili, è invece una commedia spaesata e divertente, che riesce a mostrarci, senza perdersi in ovvietà e luoghi comuni, le sensazioni nascoste di umanità lontane, perdute fra strade lunghissime che corrono accanto al deserto bianco, fra gli avventori di una taverna che bevono un thè alla menta.
Si trova la poesia in Frontier Blues, nascosta come per caso in mezzo alle persone, lì dov’eravamo stati soltanto con l’immaginazione.

Frontier Blues
di Babak Jalali. Con Khajeh Araz Dordi, Behzad Shahrivari, Mahmoud Kalteh, Abolfazl Karimi
Durata 97 minuti
Iran / UK / Italia - 2009

martedì 11 gennaio 2011

Café Lumiere (2004) - di Hou Hsiao Hien

Non è poi strano immaginare qualcuno andar via dalla sala a metà di questo lento film, ma d’altronde è forse proprio nella lentezza che si cela il fascino di Cafe Lumiere, un’opera da comprendere nel suo estetismo semplice, nella volontà titanica di rappresentare la società giapponese contemporanea in un omaggio al cinema domestico di Yasuhiro Ozu.
Ne viene fuori un film soffice, costruito a piccoli pezzi, con lunghi piani sequenza che non stancano, ma che inducono invece ad abbandonarsi lungo l’idea visiva del regista Hou Hsiao Hien, desideroso di mostrare la vita quotidiana con mezzi espressivi diretti, rallentati, stranianti, che nel loro racconto, nella loro osservazione “da lontano”, riescono a ricostruire un’atmosfera di poetica malinconia da cui pian piano ci si lascia avvolgere.
È un film sottovoce Cafè Lumiere, che indaga i meccanismi minimi dei sentimenti, delle relazioni, della quotidianeità metropolitana di una città immensa come Tokyo. Ci si appassiona ai rumori della ferrovia, agli interni casalinghi di Yoko, ed è un movimento in crescendo quello che senza platealità ci attira nell’universo umano di Hsiao Hien.
Ci si affeziona così alle piccole cose, ai gesti, alle voci, ai suoni ed ai colori di cui quasi non ci si era accorti.

Cafe Lumiere (Kohi jikou)
di Hou Hsiao Hien. Con Yo Hitoto, Tadanobu Asano, Masato Hagiwara, Kimiko Yo
Durata 104 minuti
Giappone - 2004

mercoledì 29 dicembre 2010

Cari fottutissimi amici (1994) - di Mario Monicelli

Un gruppo di improbabili pugili amatoriali, capeggiati dall'ex boxeur professionista Dieci (un favoloso Paolo Villaggio) sbarca il lunario esibendosi per sagre e paeselli toscani sullo sfondo di una seconda guerra mondiale ormai agli sgoccioli.
Cari fottutissimi amici è un road movie malinconico e soave che racconta l'Italia dubbiosa e stravolta appena dopo la caduta del fascismo.
Negli scalcinati protagonisti di questo film disordinato (e forse anche per questo affascinante) c'è l'affresco di un paese semplice, ingenuo e provinciale, che di lì a poco si sarebbe trasformato, purtroppo, in una macchina industriale schiacciata dall'ansia del consumo.
La critica, nel 1994, accolse tiepidamente questo strampalato film di Monicelli, che probabilmente pagò una certa debolezza narrativa, ma che a ben vedere non raccolse invece il giusto plauso per la straordinaria galleria di personaggi che regala.
Su tutti uno strepitoso Paolo Villaggio, che con la sua interpretazione burbera e romantica, con il suo volto serio (ma mai triste) e malinconico, riesce a tirar fuori ben più di un'emozione.
Le scorribande del gruppo fra le colline toscane, a bordo di uno scassatissimo camion a carbone, sono il ritratto, tenero , di un'Italia (di un cinema?) che non c'è più: povera e sbandata, però vitale, serena, sincera.
"Erano tempi speciali, quelli lì: i più brutti che possono capitare a una generazione. Anche se ora, a riparlarne, mi trema la voce dalla nostalgia. E non solo perché si aveva vent'anni. Adesso che è passato tanto tempo, che sono quasi vecchio e non mi piace più nulla, ho capito perché: forse sopravvivere è meglio di vivere."

Cari fottutissimi amici
di Mario Monicelli. Con Paolo Villaggio, Massimo Ceccherini, Stefano Davanzati, Antonella Ponzani, Novello Novelli, Vittorio Benedetti
Commedia, durata 113 minuti
Italia - 1994

martedì 28 dicembre 2010

La banda dei Babbi Natale (2010) - di Paolo Genovese

Avevo pensato di introdurre la mia critica con un ragionamento sulla critica stessa, anzi (meglio) sul ruolo del critico nell'arte; sarebbe stato probabilmente necessario, ma inevitabilmente saremmo andati a parare ben oltre le ambizioni di questo piccolo blog, per cui, restiamo a noi ed al film visto ieri sera: La banda dei Babbi Natale.
Al cinema ci vado con mia madre ed a Messina, due variabili (più la seconda che la prima...) che limitano drasticamente la scelta. Si punta quindi sul film di Aldo, Giovanni e Giacomo, che in fondo dovrebbero far ridere con garbo o comunque meglio di De Sica e compagni.
E invece no.
La banda dei Babbi Natale è un film vergognoso, che fa rabbia e indispettisce. Appena fuori dal cinema mi sento preso in giro, a dispetto degli sperticamenti positivi sin qui letti e prodotti dai più noti conoscitori di cinema del nostro paese (fra cui, ahimè, persino lo stimato Mereghetti), l'ultimo lavoro dell'ormai storico trio comico si districa infatti fra scopiazzamenti e idee ritrite, in un pastone di mediocrità, di piattume così prorompenti da far pensare sarebbe stato meglio, addirittura, scegliere la sala dove davano Muccino (Silvio).
La banda dei Babbi Natale ci porta in un commissariato di polizia la notte del 24 dicembre. Per un malinteso che le immagini ci aiuteranno via via a comprendere tre uomini, sorpresi nel tentativo di svaligiare un appartamento, sono trattenuti in stato di fermo.
Nel tentativo di dimostrare la propria innocenza iniziano dunque così a raccontare al commissario il complicato intreccio di amicizie, sentimenti e relazioni che li riguarda, mentre il tempo passa inesorabile e si avvicina l'ora X della cena in famiglia.
A parte un paio di gag indovinate (su tutte quella, doppia, di Giovanni che cerca, senza riuscirci, di confessare i suoi tradimenti), il film scorre privo di accenti e in una confezione scialba, dando la sensazione continua di un prodotto preparato con l'obiettivo preciso di racimolare qualche soldo grazie al fedelissimo pubblico natalizio.
La storia d'amore di Giacomo è patetica e totalmente inverosimile, Aldo è ancora una volta confinato nel solito ruolo, urlato, di scansafatiche allegro e bonaccione, mentre Giovanni, comunque il più positivo dei tre, viene risucchiato da un meccanismo di flashback che rompe il ritmo e tritura, definitivamente, il già scarsissimo andamento del film (e non solo...).
Alberto Crespi, de L'Unità, scrive che "il copione è compatto, le gags ben studiate", Francesco Alò, del Messaggero, dice che "Si ride con garbo, Milano è filmata con classe", Maurizio Cabona, Il Giornale, ci racconta che "Aldo Giovanni e Giacomo – più Angela Finocchiaro, sempre più brava – rifanno loro stessi meglio del solito", Gianluigi Rondi, Il Tempo, rileva come "il trio indirizza le proprie esibizioni, senza innovare molto ma sempre con sapori e colori di una efficacia indubbia", Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, parla di "risate, garbo e piacevolezza".
Io, che evidentemente ne capisco molto meno, ho a questo punto il dubbio di aver visto un altro film.

La banda dei Babbi Natale
di Paolo Genovese. Con Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Angela Finocchiaro, Giorgio Colangeli, Sara D'Amario, Giovanni Esposito, Silvana Fallisi, Antonia Liskova, Lucia Ocone, Cochi Ponzoni, Massimo Popolizio, Remo Remotti, Mara Maionchi
Comico, durata 100 minuti
Italia - 2010

lunedì 27 dicembre 2010

Ratatouille (2007) - di Brad Bird e Jan Pinkava

Visto in tv, su Rai 2, la sera di Natale, Ratotouille si è rivelato una vera sorpresa.
L'ottavo cartone animato in digitale firmato Pixar mette in scena la storia del piccolo Remy, un topolino di campagna con una sfrenata passione per la cucina.
Capitato per caso nel decaduto ristorante parigino del suo idolo, lo chef Gusteau, dopo alcune divertenti disavventure, Remy potrà finalmente coltivare il suo sogno (diventare un grande cuoco) con l'aiuto del giovane lavapiatti Linguini.
Assecondando il motto di Gusteau, "chiunque può cucinare", Remy riuscirà a riportare in auge il locale ed a garantire il successo per il suo amico Linguini, almeno sino a quando lo spietato critico Anton Ego non deciderà di testare il nuovo menu del ristorante.
Sono diverse le riflessioni presentate da questo spassosissimo cartone, prime fra tutte quelle relative all'ansia del successo, all'accecante ambizione dell'essere umano nella società del nostro tempo ed alle aspettative che a tutto ciò sono collegate.
Ci sono poi il rapporto padre - figlio, la contrapposizione fra culture e mondi differenti, l'analisi intima e finemente accennata delle sensibilità psicologiche che attanagliano ognuno di noi.
Ratatouille è una storia dal ritmo convolgente, piena di colpi di scena, di battute, di personaggi cui non è difficile affezionarsi. I modelli sono però alti e così ci si imbatte nei "pensieri", in uno sguardo che è solo superficialmente leggero, ma che in verità lancia bordate precisissime ai vizi più comuni della nostra società.
La Pixar ha certamente rivoluzionato, in meglio, il mondo dell'animazione, mostrando come sia possibile lavorare su un prodotto tecnicamente di altissimo livello e destinato in partenza a bambini e ragazzi senza però tralasciare un approfondimento sui temi più importanti della nostra quotidianeità, sviluppandolo anzi in maniera intelligente e mai superficiale (una delle pecche, questa, più comuni nelle produzioni animate, specialmente in quelle degli ultimi anni).
Quando vuole persino la televisione, persino Rai 2, può mostrare qualcosa di interessante...

Ratatouille
di Brad Bird e Jan Pinkava
Animazione, durata 117 minuti
USA - 2007

lunedì 25 ottobre 2010

Barton Fink - E' successo a Hollywood (1991) - di Joel ed Ethan Coen

Quarto film dei fratelli Coen, Barton Fink è la storia di uno scrittore in crisi ed alla disperata ricerca dell'ispirazione. E'il 1941, il giovane Fink è appena arrivato a Los Angeles fresco del successo newyorkese di una sua piece teatrale che racconta la semplice storia di un uomo comune. Una grande major hollywodiana lo ha contrattato per fargli scrivere un film di seconda categoria sul wrestling, ricco contratto e minimo sforzo, alloggio nel fatiscente Hotel Earle, stanza 641, dove la carta da parati suda e si stacca e le zanzare non danno pace.
Sin qui il canovaccio lineare di un racconto che i Coen riempiono invece di tracce inattese. Atmosfere che sfiorano il thriller ed insinuano il mistero, per poi tornare a giocare su toni grotteschi. La stanza di Fink diventa pian piano lo scenario spaventoso di un incubo assurdo.
Chi è in realtà l'apparentemente innocuo vicino di stanza?
"Tu non ascolti".
I fratelli Coen costruiscono un film sinuoso e frastornante, che piace ma che a dire il vero ogni tanto disturba, inquieta, logora.
La mole di significati sottintesi, le frasi non dette, i concetti infiltrati dietro ad innocui personaggi di contorno, rendono questo lavoro una summa di generi affascinante e tortuosa, un esperimento di cinema forse un pò troppo macchinoso nel suo invito continuo a non fermarsi all'immagine pura.
La critica al sistema cinematografico USA ed a chi del sistema è succube e profittatore è impietosa, ma non costituisce una chiave di lettura unica per un progetto che in realtà pare volersi spingere oltre, chiedendosi dove cominciano e dove possono andare a finire il cinema, un film, una storia.
Nel 1991 la giuria di Cannes presieduta da Roman Polanski premiò Joel Coen come miglior regista e John Turturro quale miglior attore: forse un pò troppo. Di certo Barton Fink è un film che si è ben conservato e che, anzi, a 20 anni di distanza ha forse acquistato un fascino, una protervia, che di quei premi mostrano la lungimiranza.
E poi, oltre ogni dubbio, vale comunque la pena stare a guardare un John Goodman meraviglioso, superiore a Turturro, cinema puro ed intenso.

Burton Fink - E' successo a Hollywood (Burton Fink)
Di Joel ed Ethan Coen. Con John Turturro, John Goodman, Michael Lerner, John Mahoney, Judy Davis, Steve Buscemi, Tony Shalhoub
Commedia drammatica, durata 115 minuti
USA - 1991

martedì 19 ottobre 2010

Il federale (1961) - di Luciano Salce

La seconda guerra mondiale è ormai agli sgoccioli quando a Primo Arcovazzi, fanatico funzionario fascista, viene assegnato il compito di scovare ed arrestare il professor Bonafè, stimato filosofo antifascista in odore di alto incarico nella nuova Italia democratica.
Aldilà di una costruzione narrativa semplicistica ed a tratti un pò banale, questo lavoro di Luciano Salce, datato 1961, si distingue per la visione inedita (e coraggiosa, visti i tempi) che viene data del fascismo in senso individuale e concettuale. Primo Arcovazzi, interpretato da un bravissimo Ugo Tognazzi, viene infatti ritratto in una sorta d'ingenuità sconvolgente e sanguigna che quasi ne giustifica le nefandezze. La devozione assoluta per gli ideali inculcatigli, la convinzione inscalfibile con la quale, anche contro l'evidenza, quegli ideali segue, ci consegnano infatti un personaggio umanamente comprensibile, anche se storicamente sbagliato.
Salce ci spiega insomma che pure i fascisti, o almeno qualcuno fra loro, erano uomini, risoluti della bontà delle loro idee seppur drammaticamente in errore.
Come si diceva, la costruzione narrativa è lasciata ad una serie di quadri a volte un pò troppo slegati, scenette che raccontano le vicissitudini dell'improbabile coppia nel viaggio che dall'Abruzzo li porterà a Roma e che nel complesso paiono troppo leggere, abbandonate più al carisma dei due formidabili attori protagonisti (il professore è interpretato da George Wilson) che ad una regia in verità un pò spenta ed acerba.
Rimane, dunque, l'interesse per un tentativo non facile di presentare un tema delicatissimo come il dibattito sul fascismo in un'Italia ancora scossa dalle terribili sofferenze della disfatta militare, sul cui altare viene sacrificata persino la conclusione, a ben vedere scontata ed un pò qualunquista.
Da rivedere, in ogni caso, se non altro per approfondire un punto di vista anomalo ed originale nei meandri del cinema post-fascista e godersi le fantastiche indicazioni di "buca", "sasso", lanciate da Arcovazzi - Tognazzi alla guida della sua motocarretta.

Il federale
di Luciano Salce. Con Con Ugo Tognazzi, Gianni Agus, Georges Wilson, Gianrico Tedeschi, Leopoldo Valentini, Stefania Sandrelli

Commedia, durata 100 min.
Italia - 1961

sabato 16 ottobre 2010

Vivere e morire a Los Angeles (1985) - di William Friedkin

Richard Chance è un poliziotto scomodo, allergico alle regole ed alla vita. Durante un'indagine su delle banconote false il suo amico Jimmy Hart, più saggio e più anziano, viene ucciso. Comincia così una disperata caccia all'uomo, una rincorsa verso la vendetta, lontana da ogni regola.
Una Los Angeles rossastra ed inedita è lo sfondo di questa storia ad alto ritmo, uno dei lavori più sperimentali di William Friedkin. Le musiche trascinanti di Chung e la fotografia aliena di Robby Muller spingono le immagini oltre il concetto classico del cinema d'azione. In To live and die in L.A. si avverte una sensazione di malvagità dirompente, una violenza oscura, dolore ad alta velocità.
Friedkin costruisce un film duro, compatto, adrenalinico, lasciando però poco spazio ai luoghi comuni del genere. Non c'è speranza, nè redenzione: il male è grandiosamente difficile da sconfiggere.
William Petersen (oggi riconosciuto dal popolo televisivo mondiale per il suo ruolo nella serie CSI, all'epoca poco più di un esordiente), nei panni di Chance, ci trascina nella sua follia, mentre brucia la necessità dell'azione, e ci ricorda lo Steve Mcqueen di Bullitt.
E' qui che si riconosce l'attenzione dedicata da Friedkin alla profondità dei ruoli, un aspetto che si mostra nella sua evidenza assoluta guardando ai due personaggi femminili, mai secondari, mai scontati.
L'attesa non esiste, se si vuol vivere o morire, a Los Angeles.
Ed alla fine la domanda è: chi sono i buoni, quali i cattivi?

Vivere e morire a Los Angeles (To live and die in L.A.)
di William Friedkin. Con Willem Dafoe, William Petersen, John Pankow, John Turturro, Debra Feuer, Dean Stockwell, Darlanne Fluegel
Poliziesco, durata 116 minuti
USA - 1985

martedì 12 ottobre 2010

Odgrobadogroba (2005) - di Jan Cvitkovic

Piccoli film insoliti, storie stralunate, allegria che si trasforma poi in malinconia, un sottofondo di tristezza che non si capisce bene da dove arrivi, però lo si avverte, dal principio alla fine.
A tutte queste categorie appartiene Odgrobadogroba, Di tomba in tomba, pellicola slovena del 2005 che descrive attraverso la vita di Pero, scrittore mancato che di lavoro fa l'oratore funebre, tante piccole storie, sino a costruire il ritratto sognante e colorato di un intero paese.
E'un film intimo e familiare Odgrobadogroba, che parla di morte, ma che lo fa con la felicità ed il candore possibili solo nella cultura slava, fondendo spietatamente dramma ed amore, in un abbraccio che commuove la coscienza ed il cuore.
I riferimenti a Kusturica non sono poi troppi, se non quell'inventiva strampalata che tanto ci lascia di stucco ma che è poi forse ormai il caso di riconoscere come un tratto altro di una società, quella balcanica, che marca differenze profonde con le nostre ordinate vite occidentali, specie sui temi da noi considerati tabù (fra questi, appunto, la morte).
Sono le immagini a restare impresse nel film di Cvitkovic, dal nonno aspirante suicida alla pazzoide e silente Ida, piccoli ritratti che uno dopo l'altro ci avvicinano al frastuono delle emozioni, dei sentimenti, ricordandoci quanto è poi semplice la complessità delle cose.
Si chiude così com'era arrivato Odgrobadogroba, con un'inquadratura violenta, gioiosa, toccante. E poi ci si riflette intorno, con l'animo di chi sta ancora cercando qualcosa.
Vinse i festival di San Sebastian e Torino, Di tomba in tomba, nel 2005, ma poi, come spesso purtroppo accade per cose e persone, ce ne dimenticammo...

Odgrobadogroba 
di Jan Cvitkovic. Con Gregor Bakovic, Drago Milinovic, Sonja Savic, Mojca Fatur, Brane Gruber, Natasa Matjasec
Commedia nera, durata 103 min.
Slovenia - 2005

domenica 3 ottobre 2010

Porte Aperte (1990) - di Gianni Amelio

Di film tratti dalle storie di Leonardo Sciascia ne sono, è certo, stati girati tanti, eppure fra tutti Porte Aperte, di Gianni Amelio, è senza dubbio il mio preferito.
Una storia che si snoda lungo ritmi ampi, dilatati, in una Palermo inedita ed intima, cornice di un dibattimento giudiziario per un caso di omicidio, nell'Italia fascista degli anni '30.
Tutto in questo lavoro del 1990 è sottile, tenue, nonostante il tema centrale riguardi una profonda riflessione sulla pena di morte. Uno splendido Gian Maria Volontè mostra una recitazione perfettamente misurata, fatta di piccoli gesti, di accenni, contenuta ma estrema nella sua caratterizzazione.
Porte aperte riflette sulla società, non solo su quella siciliana, e sulla sua incapacità di andare a fondo nelle cose.
Le porte aperte del titolo si riferiscono al noto mito della sicurezza durante il Ventennio, quando, appunto, "si poteva dormire con le porte di casa aperte", che alla sicurezza ci pensava lo Stato.
"Ma lo stato non deve rispondere all'assassinio con l'assassinio", nemmeno in un caso di triplice omicidio.
Passione, emozione, un gruppo di attori eccezionali, una fuga travolgente dai luoghi comuni della Sicilia cinematografica, dai canoni spettacolari del thriller giudiziario.
Un film da rivedere, che a distanza di 20 anni mantiene intatto il suo fascino intriso di lucidità e malinconia.

Porte Aperte
di Gianni Amelio. Con Gian Maria Volontè, Ennio Fantastichini, Renato Carpentieri, Renzo Giovampietro
Drammatico, durata 106 minuti
Italia - 1990

domenica 19 settembre 2010

Mafioso (1962) - di Alberto Lattuada

Per tutti quelli che, a torto, hanno sempre considerato Alberto Sordi un attorucolo da commedia semplice.
Questo film del 1962 racconta la mafia, che cos'è, come funziona, come e quanto sia difficile distinguerla. Alberto Lattuada sceglie di rappresentare una Sicilia dai toni caricaturali, spinti quasi al limite del grottesco, ma che risultano funzionali ad una storia che vuole far comprendere, senza troppi ghirigori autoriali, la triste realtà siciliana.
La mafia c'è, ma non esiste, non si vede, nessuno sa dov'è, cos'è, chi ne sia parte, di certo tutti ne hanno paura e abbassano la testa di fronte al suo potere, al suo sistema di minacce sorridenti.
Antonio Badalamenti,(uno straordinario Alberto Sordi, come sempre, d'altronde, quando impegnato in ruoli ben strutturati) siciliano di Calamo, emigrato a Milano, sposato con una "nordica", padre di due bambine, cronometrista in una fabbrica metallurgica, scoprirà sulla sua pelle il prezzo del rispetto.
Mafioso è un film perfettamente lineare, esagerato, volontariamente, nell'esasperazione di tutti i luoghi comuni più classici sulla Sicilia, ma sconvolgente per la trasparenza con la quale mostra l'orrore di una società che ieri come oggi preferisce sempre far finta di niente, forse nemmeno rendendosi davvero conto di quanto profonda sia la complicità di cui si sta macchiando.
Mafioso è un film del 1962.
Sono passati 48 anni; non è cambiato niente.

Mafioso
di Alberto Lattuada. Con Alberto Sordi, Norma Bengell, Ugo Attanasio, Cinzia Bruno
Drammatico, durata 103 min.
Italia - 1962

lunedì 13 settembre 2010

Ombre in paradiso (1986) - di Aki Kaurismaki


Quante cose devono avere in comune un uomo ed una donna, per innamorarsi l'uno dell'altra? Può forse bastare condividere lo sconforto di un'esistenza muta, piena di solitudini e silenzi.
Shadows in paradise è il quarto film di un Aki Kaurismaki allora non ancora acclamato dal pubblico internazionale, ma già immerso nel suo mondo di disillusione, di romanticismi strampalati, in uno sguardo che con raffinatezza mostra una sensibilità speciale per i dolori della vita quotidiana.
In questa storia d'amore finlandese fra un baffuto conducente di camion della nettezza urbana ed una giovane commessa ci s'imbatte nell’angoscia della routine contemporanea, nell’angustia delle riflessioni esistenziali inevitabili.
Kaurismaki riempie lo schermo di colori cupi, di bar affollati ma vuoti, di strade notturne malinconiche, con luci al neon che lanciano riflessi rossastri fra i binari deserti del tram.
I due protagonisti si lasciano sfiorare dalla macchina da presa, che con semplicità solo apparente ci mostra la desolazione di una vita spesa nella rincorsa giornaliera di una normalità impossibile, di una serenità che sembra appartenere solamente agli altri.
In molti dei suoi film, più avanti nel corso della sua fortunata carriera registica, Kaurismaki tornerà sui temi, a lui cari, della solitudine, dell’ingiustizia sociale, della violenza inspiegabile; in Ombre in paradiso vi è però, forse, una meravigliosa schiettezza, nel rappresentare la difficoltà di esistere, mai più così nitida e travolgente, pur nel suo tono minimo.
Viene quasi voglia di prendere il largo, magari d’imbarcarsi su una nave da crociera verso Tallin…

Shadows in paradise (Titolo originale Varjoja Paratiisissa)
di Aki Kaurismäki. Con Matti Pellonpaa, Kati Outinen, Saku Kuosmanen, Esko Nikkari, Killi Köngäs, Pekka Laiho, Jukka-Pekko Palo, Ulla Kuosmanen
Drammatico, durata 76 min. 

Svezia - 1986