domenica 13 marzo 2011

Il Grinta (2010) - di Joel ed Ethan Coen

Dipende tutto dalle aspettative. In fondo funziona sempre così, al cinema come nella vita.
Ed allora, se dai fratelli Coen ci si aspetta un po' di genio, una battuta fulminante, un'atmosfera da commedia alta ed intelligente, un film sopra la media insomma, Il Grinta delude almeno un po'.
Se invece ci si limita a guardare e ci si dimentica che dietro alla macchina da presa ci sono Ethan e Joel, diventa tutto più semplice, in questo caso Il Grinta non è deludente, anzi, è un western moderno, preciso e puntuale, girato con maestria, pulito, attento nel ritmo.
Che Il Grinta piaccia o meno rimane poi l'amore dei Coen per i loro personaggi, come spesso accade resi quasi più importanti della storia stessa. Ad accompagnare la piccola Mattie Ross (davvero bravissima, la vera protagonista del film) alla ricerca dell'uomo che ha ucciso suo padre è lo sceriffo alcolizzato Rooster Cogburn, interpretato da uno strepitoso Jeff Bridges, che fa il buono ed il cattivo, che racconta le sue vecchie storie, che dimostra di essere ancora all'altezza della situazione, la cui figura resta velata durante tutto il film da un malinconico accento di nostalgia. Con Cogburn litiga spesso il ranger texano Laboeuf (nei cui panni troviamo Matt Damon) suo compagno d'avventura, un uomo tutto d'un pezzo, fiero delle sue origini, a volte ruvido e calcolatore, a cui non vanno giù le critiche dello sceriffo, di cui però meriterà il rispetto.
Il Grinta dei fratelli Coen è girato con eleganza e sapienza, rispetta le regole del genere ma non dimentica il presente, ci porta lungo un viaggio nel quale ci si concentra su temi concreti come il distacco, i rapporti fra generazioni, le relazioni fra culture lontane, senza esagerare, costruendo un film dalla struttura agile e avvolgente.
Non sarà molto “coeniano” insomma, ma Il Grinta resta comunque uno dei film più interessanti della stagione.

Il Grinta (True Grit)
di Ethan e Joel Coen. Con Jeff Bridges, Hailee Steinfeld, Matt Damon, Josh Brolin, Barry Pepper, Domhnall Gleeson, Ed Corbin
Durata 110 minuti
USA - 2010

giovedì 17 febbraio 2011

Violent Cop (1989) - di Takeshi Kitano

Utilizzando i generi come modelli da modificare, da sovvertire, da trasformare sino al paradosso, Takeshi Kitano firma il suo esordio dietro la macchina da presa, datato 1989, con un poliziesco atipico, in il cui ruolo principale, interpretato dallo stesso Kitano, è affidato ad un poliziotto violentissimo, fuori dalle regole, pazzoide, una specie di Callaghan giapponese con movenze da eroe western.
Violent Cop è un film anomalo, provocatorio, che viola la regola fondamentale del poliziesco proponendo nei panni del protagonista un personaggio assurdo, le cui azioni paiono incomprensibili ed allucinanti, un uomo di cui non si comprendono i valori né il fine del suo agire.
Inseguimenti, suspense, sparatorie, duelli, ogni tassello è fuori dalla sua collocazione naturale, trasfigurato da una messa in scena che si accende e si spegne in modo intermittente, che utilizza con sapienza persino la lezione dei classici western, che sorprende per la facilità di tirar fuori il meglio da un’idea scarna e ripetitiva, (quella del poliziotto cattivo ma eroico), con un sguardo fissato su un’esistenza disturbante e brutale, dove  la morte e la vita non contano più niente, dove la luce e l’oscuro si confondono senza distinzione.

Violent Cop (Sono otoko, kyobo ni tsuki)
di Takeshi Kitano. Con Takeshi Kitano, Maiko Kuwakami, Makoto Ashikawa, Sei Hiraizumi
Durata 104 minuti
Giappone - 1989



mercoledì 19 gennaio 2011

Frontier blues (2009) - di Babak Jalali

Se il cinema è (anche) cultura, curiosità, voglia di esplorare le differenze, allora Frontier Blues merita qualcosa in più di quanto i critici internazionali non gli abbiano riconosciuto (in Italia non è mai arrivato, né in sala, né nel circuito home video).
Passato nel 2009 dai festival di Gijon, Locarno e Stoccolma, questo film racconta piccole storie di vita nel Nord di un Iran sconosciuto, in un luogo chiamato Gorgan, dove persiani, kazaki e turkmeni convivono, fra e deserti e montagne, sullo sfondo del Mar Caspio.
Un giovane vuole imparare l’inglese e scappare via, a Baku, con la sua amata, un contadino che posa fra spazi infiniti per un fotografo arrivato da Tehran, un ragazzo un po’ matto che porta con sé, ovunque vada, il suo asino ed un registratore portatile che suona una vecchia canzone francese.
Sono queste le immagini, i ritratti, cui ci troviamo di fronte, affreschi affascinanti di esistenze lontane, soprattutto umane. I personaggi cercano amore, amicizia, serenità, e li scopriamo in tutta il loro essere semplici, forse meno distanti, nelle emozioni, di quanto avremmo pensato.
Frontier Blues non è il solito film intellettualoide con ritmo da suicidio e scene incomprensibili, è invece una commedia spaesata e divertente, che riesce a mostrarci, senza perdersi in ovvietà e luoghi comuni, le sensazioni nascoste di umanità lontane, perdute fra strade lunghissime che corrono accanto al deserto bianco, fra gli avventori di una taverna che bevono un thè alla menta.
Si trova la poesia in Frontier Blues, nascosta come per caso in mezzo alle persone, lì dov’eravamo stati soltanto con l’immaginazione.

Frontier Blues
di Babak Jalali. Con Khajeh Araz Dordi, Behzad Shahrivari, Mahmoud Kalteh, Abolfazl Karimi
Durata 97 minuti
Iran / UK / Italia - 2009

martedì 11 gennaio 2011

Café Lumiere (2004) - di Hou Hsiao Hien

Non è poi strano immaginare qualcuno andar via dalla sala a metà di questo lento film, ma d’altronde è forse proprio nella lentezza che si cela il fascino di Cafe Lumiere, un’opera da comprendere nel suo estetismo semplice, nella volontà titanica di rappresentare la società giapponese contemporanea in un omaggio al cinema domestico di Yasuhiro Ozu.
Ne viene fuori un film soffice, costruito a piccoli pezzi, con lunghi piani sequenza che non stancano, ma che inducono invece ad abbandonarsi lungo l’idea visiva del regista Hou Hsiao Hien, desideroso di mostrare la vita quotidiana con mezzi espressivi diretti, rallentati, stranianti, che nel loro racconto, nella loro osservazione “da lontano”, riescono a ricostruire un’atmosfera di poetica malinconia da cui pian piano ci si lascia avvolgere.
È un film sottovoce Cafè Lumiere, che indaga i meccanismi minimi dei sentimenti, delle relazioni, della quotidianeità metropolitana di una città immensa come Tokyo. Ci si appassiona ai rumori della ferrovia, agli interni casalinghi di Yoko, ed è un movimento in crescendo quello che senza platealità ci attira nell’universo umano di Hsiao Hien.
Ci si affeziona così alle piccole cose, ai gesti, alle voci, ai suoni ed ai colori di cui quasi non ci si era accorti.

Cafe Lumiere (Kohi jikou)
di Hou Hsiao Hien. Con Yo Hitoto, Tadanobu Asano, Masato Hagiwara, Kimiko Yo
Durata 104 minuti
Giappone - 2004

mercoledì 29 dicembre 2010

Cari fottutissimi amici (1994) - di Mario Monicelli

Un gruppo di improbabili pugili amatoriali, capeggiati dall'ex boxeur professionista Dieci (un favoloso Paolo Villaggio) sbarca il lunario esibendosi per sagre e paeselli toscani sullo sfondo di una seconda guerra mondiale ormai agli sgoccioli.
Cari fottutissimi amici è un road movie malinconico e soave che racconta l'Italia dubbiosa e stravolta appena dopo la caduta del fascismo.
Negli scalcinati protagonisti di questo film disordinato (e forse anche per questo affascinante) c'è l'affresco di un paese semplice, ingenuo e provinciale, che di lì a poco si sarebbe trasformato, purtroppo, in una macchina industriale schiacciata dall'ansia del consumo.
La critica, nel 1994, accolse tiepidamente questo strampalato film di Monicelli, che probabilmente pagò una certa debolezza narrativa, ma che a ben vedere non raccolse invece il giusto plauso per la straordinaria galleria di personaggi che regala.
Su tutti uno strepitoso Paolo Villaggio, che con la sua interpretazione burbera e romantica, con il suo volto serio (ma mai triste) e malinconico, riesce a tirar fuori ben più di un'emozione.
Le scorribande del gruppo fra le colline toscane, a bordo di uno scassatissimo camion a carbone, sono il ritratto, tenero , di un'Italia (di un cinema?) che non c'è più: povera e sbandata, però vitale, serena, sincera.
"Erano tempi speciali, quelli lì: i più brutti che possono capitare a una generazione. Anche se ora, a riparlarne, mi trema la voce dalla nostalgia. E non solo perché si aveva vent'anni. Adesso che è passato tanto tempo, che sono quasi vecchio e non mi piace più nulla, ho capito perché: forse sopravvivere è meglio di vivere."

Cari fottutissimi amici
di Mario Monicelli. Con Paolo Villaggio, Massimo Ceccherini, Stefano Davanzati, Antonella Ponzani, Novello Novelli, Vittorio Benedetti
Commedia, durata 113 minuti
Italia - 1994

martedì 28 dicembre 2010

La banda dei Babbi Natale (2010) - di Paolo Genovese

Avevo pensato di introdurre la mia critica con un ragionamento sulla critica stessa, anzi (meglio) sul ruolo del critico nell'arte; sarebbe stato probabilmente necessario, ma inevitabilmente saremmo andati a parare ben oltre le ambizioni di questo piccolo blog, per cui, restiamo a noi ed al film visto ieri sera: La banda dei Babbi Natale.
Al cinema ci vado con mia madre ed a Messina, due variabili (più la seconda che la prima...) che limitano drasticamente la scelta. Si punta quindi sul film di Aldo, Giovanni e Giacomo, che in fondo dovrebbero far ridere con garbo o comunque meglio di De Sica e compagni.
E invece no.
La banda dei Babbi Natale è un film vergognoso, che fa rabbia e indispettisce. Appena fuori dal cinema mi sento preso in giro, a dispetto degli sperticamenti positivi sin qui letti e prodotti dai più noti conoscitori di cinema del nostro paese (fra cui, ahimè, persino lo stimato Mereghetti), l'ultimo lavoro dell'ormai storico trio comico si districa infatti fra scopiazzamenti e idee ritrite, in un pastone di mediocrità, di piattume così prorompenti da far pensare sarebbe stato meglio, addirittura, scegliere la sala dove davano Muccino (Silvio).
La banda dei Babbi Natale ci porta in un commissariato di polizia la notte del 24 dicembre. Per un malinteso che le immagini ci aiuteranno via via a comprendere tre uomini, sorpresi nel tentativo di svaligiare un appartamento, sono trattenuti in stato di fermo.
Nel tentativo di dimostrare la propria innocenza iniziano dunque così a raccontare al commissario il complicato intreccio di amicizie, sentimenti e relazioni che li riguarda, mentre il tempo passa inesorabile e si avvicina l'ora X della cena in famiglia.
A parte un paio di gag indovinate (su tutte quella, doppia, di Giovanni che cerca, senza riuscirci, di confessare i suoi tradimenti), il film scorre privo di accenti e in una confezione scialba, dando la sensazione continua di un prodotto preparato con l'obiettivo preciso di racimolare qualche soldo grazie al fedelissimo pubblico natalizio.
La storia d'amore di Giacomo è patetica e totalmente inverosimile, Aldo è ancora una volta confinato nel solito ruolo, urlato, di scansafatiche allegro e bonaccione, mentre Giovanni, comunque il più positivo dei tre, viene risucchiato da un meccanismo di flashback che rompe il ritmo e tritura, definitivamente, il già scarsissimo andamento del film (e non solo...).
Alberto Crespi, de L'Unità, scrive che "il copione è compatto, le gags ben studiate", Francesco Alò, del Messaggero, dice che "Si ride con garbo, Milano è filmata con classe", Maurizio Cabona, Il Giornale, ci racconta che "Aldo Giovanni e Giacomo – più Angela Finocchiaro, sempre più brava – rifanno loro stessi meglio del solito", Gianluigi Rondi, Il Tempo, rileva come "il trio indirizza le proprie esibizioni, senza innovare molto ma sempre con sapori e colori di una efficacia indubbia", Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, parla di "risate, garbo e piacevolezza".
Io, che evidentemente ne capisco molto meno, ho a questo punto il dubbio di aver visto un altro film.

La banda dei Babbi Natale
di Paolo Genovese. Con Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Angela Finocchiaro, Giorgio Colangeli, Sara D'Amario, Giovanni Esposito, Silvana Fallisi, Antonia Liskova, Lucia Ocone, Cochi Ponzoni, Massimo Popolizio, Remo Remotti, Mara Maionchi
Comico, durata 100 minuti
Italia - 2010

lunedì 27 dicembre 2010

Ratatouille (2007) - di Brad Bird e Jan Pinkava

Visto in tv, su Rai 2, la sera di Natale, Ratotouille si è rivelato una vera sorpresa.
L'ottavo cartone animato in digitale firmato Pixar mette in scena la storia del piccolo Remy, un topolino di campagna con una sfrenata passione per la cucina.
Capitato per caso nel decaduto ristorante parigino del suo idolo, lo chef Gusteau, dopo alcune divertenti disavventure, Remy potrà finalmente coltivare il suo sogno (diventare un grande cuoco) con l'aiuto del giovane lavapiatti Linguini.
Assecondando il motto di Gusteau, "chiunque può cucinare", Remy riuscirà a riportare in auge il locale ed a garantire il successo per il suo amico Linguini, almeno sino a quando lo spietato critico Anton Ego non deciderà di testare il nuovo menu del ristorante.
Sono diverse le riflessioni presentate da questo spassosissimo cartone, prime fra tutte quelle relative all'ansia del successo, all'accecante ambizione dell'essere umano nella società del nostro tempo ed alle aspettative che a tutto ciò sono collegate.
Ci sono poi il rapporto padre - figlio, la contrapposizione fra culture e mondi differenti, l'analisi intima e finemente accennata delle sensibilità psicologiche che attanagliano ognuno di noi.
Ratatouille è una storia dal ritmo convolgente, piena di colpi di scena, di battute, di personaggi cui non è difficile affezionarsi. I modelli sono però alti e così ci si imbatte nei "pensieri", in uno sguardo che è solo superficialmente leggero, ma che in verità lancia bordate precisissime ai vizi più comuni della nostra società.
La Pixar ha certamente rivoluzionato, in meglio, il mondo dell'animazione, mostrando come sia possibile lavorare su un prodotto tecnicamente di altissimo livello e destinato in partenza a bambini e ragazzi senza però tralasciare un approfondimento sui temi più importanti della nostra quotidianeità, sviluppandolo anzi in maniera intelligente e mai superficiale (una delle pecche, questa, più comuni nelle produzioni animate, specialmente in quelle degli ultimi anni).
Quando vuole persino la televisione, persino Rai 2, può mostrare qualcosa di interessante...

Ratatouille
di Brad Bird e Jan Pinkava
Animazione, durata 117 minuti
USA - 2007